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La seguente pubblicazione di SOS MEDITERRANEE vuole far luce sugli eventi che si sono verificati nel Mediterraneo centrale nelle ultime due settimane. «Sguardo sul Mediterraneo» non è inteso come un aggiornamento esaustivo, ma si propone di trattare le questioni relative alla ricerca e soccorso che si verificano nell’area in cui operiamo dal 2016, sulla base di rapporti di diverse ONG, organizzazioni internazionali e articoli dalla stampa internazionale.

Fino a 600 bambini, donne e uomini sono morti a causa dell’inazione dell’Europa, a causa della violazioni del diritto marittimo da parte degli Stati dell’Unione europea e dell’aumento del sostegno ai Paesi terzi per continuare respingimenti forzati e arresti arbitrari.

[09.06 – 21.06.23]  

La mancata mobilitazione dell’Europa ha provocato fino a 600 morti in un unico naufragio; la Commissione europea respinge le richieste di un’indagine indipendente. 

Il 14 giugno, nelle prime ore del mattino, si è verificata nel Mediterraneo la più grande tragedia conosciuta dal 2016. Un grande peschereccio con circa 750 bambini, donne e uomini a bordo si è rovesciato a sud-ovest di Pylos, al largo della costa del Peloponneso, in Grecia. I sopravvissuti hanno raccontato che oltre 100 bambini e molte donne si trovavano sul fondo dell’imbarcazione quando è affondata. L’imbarcazione sarebbe partita da Tobruk, in Libia, il 9 giugno. 104 persone sono state salvate, 81 corpi sono stati ritrovati e circa 565 persone sono annegate a 47 miglia nautiche (87 km) dalle coste europee.  

La mattina del 13 giugno, la linea di emergenza civile Alarm Phone è stata allertata di un grosso peschereccio in difficoltà. Poco dopo, un aereo di sorveglianza di Frontex ha individuato l’imbarcazione e ha informato le autorità greche e italiane. Secondo le autorità greche, le persone a bordo hanno rifiutato qualsiasi assistenza e stavano seguendo una “rotta e una velocità costanti” prima di affondare. Tuttavia, un’indagine della BBC che ha tracciato i dati delle imbarcazioni intorno alla nave ha rivelato che questa si è mossa a malapena, per sette ore, prima di rovesciarsi.    

Alarm Phone ha ricevuto molte chiamate dalle persone a bordo del peschereccio che chiedevano urgentemente aiuto e una moltitudine di esperti di diritto internazionale e marittimo, agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni marittime e umanitarie hanno denunciato che qualsiasi imbarcazione in difficoltà deve essere soccorsa senza indugio. Judith Sunderland, direttore associato della divisione Europa e Asia centrale di Human Rights Watch, ha dichiarato che “la barca era in difficoltà, non era sicura, era sovraccarica e aveva già lanciato richieste di soccorso all’Alarm Phone. È un obbligo imprescindibile per tutte le imbarcazioni che si trovano nella zona, e certamente per la guardia costiera, fornire assistenza immediata”. Il professor Erik Røsæg dell’Istituto di diritto privato dell’Università di Oslo ha affermato che le autorità greche “avevano il dovere di avviare le procedure di salvataggio”, date le condizioni dell’imbarcazione. Secondo il diritto marittimo, l’imbarcazione presentava diversi criteri di pericolo: l’imbarcazione era sovraffollata [in questo caso all’estremo], nessuno aveva giubbotti di salvataggio, le persone a bordo dell’imbarcazione in difficoltà avevano chiamato un numero di telefono (Alarm Phone) chiedendo soccorso, a bordo erano presenti donne e bambini, l’imbarcazione non era adatta alla navigazione. Solo uno di questi criteri è sufficiente per dichiarare un’imbarcazione in pericolo. In questo caso, tutti questi elementi sono cumulati. Il ritardo dell’intervento non rispetta gli obblighi previsti dalle convenzioni marittime.  

Peggio ancora, molti resoconti dei sopravvissuti e l’inviato speciale dell’UNHCR per il Mediterraneo occidentale e centrale, Vincent Cochetel, hanno ipotizzato una “manovra della guardia costiera per allontanare l’imbarcazione dall’area di ricerca e soccorso greca”. L’UNHCR ha inoltre richiesto un’indagine indipendente per verificare la responsabilità delle autorità greche nel naufragio. Tuttavia, il 19 giugno, la Commissione europea ha rifiutato di avviare tale indagine indipendente. Secondo il quotidiano Politico, “l’UE ha inviato in Grecia funzionari dell’Agenzia indipendente per i diritti fondamentali (FRA) e della sua agenzia di frontiera Frontex per raccogliere prove e collaborare con le autorità locali. Ma hanno sottolineato che questi organismi non hanno poteri investigativi e che non verrà avviata un’indagine”. La Corte Suprema greca ha avviato un’indagine, ma principalmente per individuare i presunti trafficanti, che ha portato all’arresto di nove persone.   

L’11 giugno, inoltre, sono stati recuperati nove corpi dopo un naufragio al largo della Tunisia.   

Le direttive illegali forniti dagli Stati causano ulteriori sparizioni, mentre continuano le detenzioni delle navi di soccorso e la politica dei porti lontani  

Il 10 giugno, la Sea-Watch ha avvistato un’imbarcazione in difficoltà che stava imbarcando acqua con 25 persone a bordo, nella regione maltese di ricerca e soccorso. Secondo l’ONG, la nave mercantile MERV MARSEILLE era inizialmente diretta verso l’imbarcazione, ma Malta le ha ordinato di allontanarsi e di non prestare soccorso. Geo Barents dell’ONG Medici Senza Frontiere ha cercato invano l’imbarcazione in difficoltà. Il destino delle 25 persone rimane sconosciuto.   

Il 12 giugno, in seguito a un allarme lanciato da Alarm Phone e con il supporto aereo di Seabird, Geo Barents ha effettuato un salvataggio di 38 persone in difficoltà. Le autorità italiane hanno assegnato loro il lontano porto di Ancona. I sopravvissuti sono potuti sbarcare tre giorni dopo, il 15 giugno.  

Il 12 giugno sera, la nave di soccorso Rise Above ha individuato 39 persone in difficoltà e ha stabilizzato la situazione prima che la nave di soccorso Aurora completasse il salvataggio. Le autorità italiane hanno ordinato alla nave di sbarcare i sopravvissuti a Trapani, a 32 ore di navigazione. A causa delle cattive condizioni meteorologiche, Aurora ha sbarcato le persone a Lampedusa. Il 15 giugno, le autorità italiane hanno trattenuto la nave per 20 giorni.  

Il 14 giugno, Open Arms ha soccorso 106 persone in difficoltà nel Mediterraneo centrale, sbarcate poi nel lontano porto di Livorno. Durante il tragitto verso il porto, l’equipaggio di Open Arms ha individuato e assistito quattro imbarcazioni alla deriva prima dell’arrivo della guardia costiera italiana.  

Il 19 giugno, il tribunale italiano del Lazio ha respinto il ricorso di Geo Barents contro la prassi dei “Porti lontani”.  

Rimpatri forzati e migliaia di persone arrestate arbitrariamente mentre l’UE aumenta la cooperazione con la Libia e propone 1 miliardo di aiuti alla Tunisia per limitare le partenze, nonostante le violazioni dei diritti umani   

Nei giorni scorsi, gli aerei della Sea-Watch hanno individuato diverse intercettazioni da parte della guardia costiera libica. Secondo i dati dell’OIM, tra il 4 e il 17 giugno, almeno 793 persone sono state ricondotte forzatamente in Libia.   

Nel frattempo, il 9 giugno, i residenti del porto di Zawiya hanno visto i droni del Ministero della Difesa bombardare un sito di contrabbando di carburante nella città. Secondo il quotidiano Libya Observer, i droni hanno lanciato diversi raid contro siti di contrabbando di carburante e di esseri umani ad Al-Ajailat, Sabratha e Zuwara, in continuità con la seconda fase dell’operazione militare lanciata dal governo libico occidentale.   

Il 12 giugno, la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia ha espresso preoccupazione per l’arresto arbitrario di massa di migliaia di persone in tutto il Paese, in particolare nell’est, a Tobruk e Musaid, ad opera del feldmaresciallo Khalifa Haftar, comandante in capo dell’Esercito nazionale libico (LNA). “Molti di questi migranti, tra cui donne incinte e bambini, sono detenuti in condizioni di sovraffollamento e insalubrità. Migliaia di altri, compresi i migranti entrati legalmente in Libia, sono stati espulsi collettivamente senza controlli o un giusto processo”.   

Nonostante queste ripetute violazioni dei diritti umani, il 13 giugno il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha dichiarato in una conferenza stampa a Catania che l’Italia chiederà ad Haftar “una più proficua collaborazione per fermare le partenze“. Il giorno prima, una delegazione del Ministero della Difesa italiano ha avuto un incontro a Tripoli con la controparte libica per discutere di una cooperazione tecnico-militare congiunta, in particolare per “contrastare l’immigrazione clandestina”.  

Da parte tunisina, si osservano dinamiche simili di esternalizzazione delle frontiere. Secondo il Forum tunisino per i Diritti Economici e Sociali, solo nel 2023 la Guardia Costiera tunisina ha riportato in Tunisia un totale di 23.093 persone. Nel tentativo di arginare i continui arrivi dalla Tunisia, l’11 giugno l’Unione Europea ha dichiarato di essere pronta a sostenere la Tunisia con un totale di oltre 1 miliardo di euro di aiuti in cambio di un migliore controllo delle frontiere e di misure contro il contrabbando di esseri umani. “Non appena si troverà l’accordo necessario”, ha dichiarato la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen dopo aver incontrato il presidente tunisino che, nel marzo di quest’anno, ha pubblicamente incitato al razzismo e alla violenza nella società tunisina. Secondo l’ONG Sea-Watch, una tale quantità di fondi avrebbe potuto essere utilizzata per fornire un’operazione di salvataggio civile, finanziata dallo Stato e coordinata a livello europeo per garantire il rispetto delle leggi marittime e dei diritti umani in tutto il Mediterraneo.   

La nuova posizione dell’UE sul “Patto su migrazione e asilo” riduce gli standard di protezione e non offre soluzioni per liberare le persone intrappolate nei centri di detenzione in Libia  

Il 9 giugno, gli Stati membri dell’Unione europea hanno concordato una posizione negoziale sul “Patto su migrazione e asilo” per riformare il diritto d’asilo dell’UE. Secondo Amnesty International, il Patto ridurrà complessivamente gli standard di protezione per le persone che arrivano alle frontiere dell’Unione europea. Eve Geddie, direttrice per l’advocacy nell’Unione Europea di Amnesty International, ha dichiarato: “Questo patto non farà nulla per alleviare le sofferenze di migliaia di persone bloccate nei campi delle isole greche o nei centri di detenzione in Libia. Né fornirà il sostegno necessario ai Paesi in cui le persone in cerca di sicurezza arrivano per prime. Sebbene l’impegno a monitorare gli abusi alle frontiere sia apprezzabile, ciò non compensa il fatto che il patto rende la detenzione la norma e si basa sulla deterrenza, sul contenimento nei campi e sulla cooperazione con i governi violenti”. 

Il nostro “Sguardo” resta sul Mediterraneo. Per garantire testimonianza di quel che avviene nel Mediterraneo Centrale e per onorare i morti e i dispersi. Continuiamo a osservare e a raccontare.

Nel febbraio 2017, il governo italiano, col supporto di diversi leader europei (vertice di Malta) sigla con le autorità libiche il Memorandum d’intenti, cornice giuridica per azioni successive come la creazione di una “guardia costiera” libica, il suo addestramento e la fornitura di mezzi (es. motovedette). Fin da subito l’accordo è criticato da organizzazioni internazionali che denunciano i legami fra guardia costiera e milizie, e le condizioni di vita di migranti e profughi bloccati in Libia.

A seguito di questo accordo, il Centro di coordinamento per i soccorsi libico (JRCC) diventa formalmente responsabile del coordinamento dei servizi di ricerca e soccorso nella propria regione SAR: da quel momento, le autorità europee fanno affidamento sui libici per bloccare le partenze. Solo tra il 2019 e il 2023, quasi 90.000 persone3 sono intercettate e riportate in quello che viene definito dai sopravvissuti “l’inferno in terra”.

Il risultato è una drastica diminuzione degli arrivi in Italia tra il 2017 e il 2018 (da circa 120.000 a 23.000 persone), curva che però poi tornerà nuovamente a crescere. I rimpatri forzati sottopongono di nuovo queste persone a trattamenti inumani e degradanti, nonostante la situazione nei campi in cui sono detenute in Libia è stata valutata da una Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite come probabili “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”. Queste intercettazioni contravvengono anche ai principi del diritto marittimo. che impongono di sbarcare i sopravvissuti di un salvataggio in un luogo sicuro, in cui tutti i bisogni fondamentali vengono soddisfatti e i diritti umani rispettati. La Libia non può essere considerata un “luogo sicuro”.

Inoltre, le autorità libiche si rivelano disfunzionali e non in grado di effettuare salvataggi efficaci e sicuri. Come risultato, ancora una volta, sempre più persone annegano.

Nello stesso 2017, alle ONG viene richiesto di sottoscrivere il cosiddetto “Codice di condotta Minniti” – dal nome dell’allora ministro dell’Interno italiano – che però non tiene in considerazione che le operazioni SAR si svolgono già secondo chiare normative internazionali: una mossa politica che avalla la narrazione criminalizzante sul soccorso in mare. Dal 2017 vengono avviate diverse indagini contro le navi ONG, per lo più conclusesi con assoluzioni o archiviazioni. Bloccare le ONG di ricerca e soccorso significa svuotare il Mediterraneo di soccorsi ed esporre così sempre più persone al rischio di annegare, e anche togliere alla società civile la possibilità di testimoniare e denunciare questa tragedia umanitaria.

Nel 2013, due tragici naufragi avvenuti a poche miglia dalle coste europee scuotono l’opinione pubblica: il primo, il 3 ottobre – data proclamata in seguito Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione – con 368 vittime accertate, 20 dispersi e 155 superstiti; e il secondo, pochi giorni dopo, l’11 ottobre, che causa 268 vittime, in prevalenza famiglie con bambini.

Questa missione fa sperare in un cambiamento nell’approccio vieni all’immigrazione e al soccorso in mare, ma così non succede perché Mare Nostrum viene chiusa nel novembre 2014 per la mancanza di supporto da parte di altri Stati europei e per le critiche, da diverse parti politiche, che la additano come pull factor. La missione italiana è sostituita da operazioni europee (Triton, EUNAVFORMED, Sophia e Irini) non sufficienti però a coprire le necessità di soccorso nel Mediterraneo e con obiettivi più securitari (controllo dei confini) che umanitari.

È in questo momento storico che numerosi comitati, associazioni e gruppi di cittadini in tutta Europa, mossi dallo sdegno e dall’incapacità di accettare così tante morti in mare, decidono di attivarsi con navi private, sia nel mar Egeo (sulla cosiddetta rotta orientale tra Turchia e Grecia) sia, soprattutto, nel Mediterraneo centrale. SOS MEDITERRANEE nasce proprio con questo spirito: dapprima vengono fondate le associazioni francese e tedesca (2015), poi quella italiana (2016) e infine quella svizzera (2017), le quattro “sorelle” che costituiscono il network SOS MEDITERRANEE.

Inizialmente, le ONG vengono accolte positivamente dall’opinione pubblica e dalle autorità marittime europee, italiane in particolare, e coordinamento e collaborazione sono all’ordine del giorno.

Nel giugno 2018, a seguito della chiusura dei porti italiani alle navi di soccorso, l'odissea della Aquarius, costretta a sbarcare a Valencia (Spagna) i 630 sopravvissuti a bordo, inaugura una lunga serie di blocchi in mare. Le navi, di qualsiasi tipo, rimangono bloccate per giorni, se non settimane, prima che alcuni Stati europei propongano una soluzione di sbarco ad hoc, con una distribuzione dei sopravvissuti in base a quote. Il diritto marittimo prevede invece che le navi debbano essere sollevate dalla responsabilità del soccorso il più rapidamente possibile e che i sopravvissuti siano trattati umanamente. In mare, le navi immobilizzate non possono soccorrere altre persone in pericolo. La capacità di soccorso si riduce ulteriormente e la mortalità aumenta, raggiungendo il tasso record del 5,6% (contro il 2,4% nel 2017) lungo l'asse Libia - Italia, nonostante il numero di attraversamenti fosse stato ridotto del 50%.

Le motivazioni fornite dall’allora governo sono essenzialmente due: diminuire le morti in mare e ricercare maggiore “solidarietà” da parte degli altri Paesi UE.

Entrambi gli scopi falliscono e soprattutto la mortalità sulla rotta aumenta, invece che diminuire4. Inoltre, tale pratica presenta non poche criticità, in primis perché ritarda inutilmente lo sbarco e dunque l’assistenza a terra ai sopravvissuti, andando in contrasto con quanto previsto dalle convenzioni marittime internazionali, che affermano che una nave deve essere sollevata quanto prima dalla sua responsabilità di salvataggio e che i sopravvissuti debbono essere trattati “con umanità”. Invece, il tempo medio di attesa di un porto per lo sbarco, in questo periodo, è di nove giorni.

SOS MEDITERRANEE è la prima organizzazione a vedere le conseguenze di questa linea politica: nel giugno 2018, alla Aquarius è impedito lo sbarco in un porto italiano e naviga per più di una settimana fino a Valencia, in Spagna, con 629 persone a bordo. Pochi mesi dopo, la Aquarius è privata della bandiera a causa di pressioni politiche, e di conseguenza impossibilitata a navigare. Dal 2019, SOS MEDITERRANEE opera nel Mediterraneo con la Ocean Viking.

Questa iniziativa franco-tedesca è oggetto di una promettente dichiarazione d'intenti firmata a settembre tra Italia, Malta, Francia e Germania. Tuttavia, il progetto pilota, che prevede un meccanismo sostenibile coinvolgendo altri Stati membri, non vede mai realmente la luce.

A settembre 2019, per la prima volta dal rifiuto di far sbarcare i 630 sopravvissuti della Aquarius nel giugno 2018, i porti italiani permettono a una nave di un'organizzazione non governativa di attraccare: si tratta proprio della nostra nuova nave, la Ocean Viking. Nasce dunque la speranza di un miglioramento della situazione di blocco delle navi umanitarie ma ciononostante, i casi di attesa e blocco in mare si moltiplicano con la negoziazione caso per caso della distribuzione dei sopravvissuti prima ancora dello sbarco.

Nel 2019, il numero di arrivi in Europa tramite le tre rotte migratorie mediterranee è il più basso dal 2015: 123.700 arrivi, rispetto a 141.500 nel 2018, secondo i dati dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), di cui circa 11.500 in Italia.

Nonostante questa significativa diminuzione degli arrivi negli ultimi tre anni, l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) registra un pesante bilancio umano nel 2019. La maggior parte delle morti in mare nel Mediterraneo si verifica nella regione centrale, con 1.262 delle 1.885 morti registrate lungo le tre rotte migratorie mediterranee, senza contare le imbarcazioni scomparse senza lasciare traccia. La mortalità nel Mediterraneo centrale raddoppia rispetto al 2018, raggiungendo un tasso record del 4,78%, secondo l'OIM.

Nel 2020, i segni promettenti di un miglioramento della situazione di blocco delle navi umanitarie alla fine del 2019 e all'inizio del 2020 sono bruscamente cancellati quando la pandemia di Covid-19 raggiunge il continente europeo nel marzo 2020.

Non solo causa gravi interruzioni nell'accesso ai servizi medici e logistici nella maggior parte degli Stati europei, ma sconvolge completamente il mondo marittimo: chiusura delle frontiere europee, impossibilità di cambiare gli equipaggi, porti chiusi - in particolare alle navi da crociera - navi messe in quarantena. Molto rapidamente, diversi Stati membri dell'Unione europea come Malta e l'Italia annunciano ufficialmente che non sono più in grado di fornire un luogo sicuro o assistere nello sbarco delle persone soccorse in mare. Il governo di Tripoli dichiara ad aprile che i suoi porti non sono sicuri per lo sbarco a causa dei bombardamenti in corso. Per diverse settimane, le ONG di ricerca e soccorso operanti nel Mediterraneo centrale sono costrette a sospendere le loro attività.
Con la ripresa delle partenze e delle operazioni civili di soccorso, si osserva un cambio di passo - seppur solo apparente - nei confronti delle organizzazioni umanitarie.

Cambiato il Governo e dunque il ministro dell’Interno, a livello mediatico si “abbassano i toni” rispetto alla criminalizzazione pubblica delle organizzazioni umanitarie, a cui non viene più impedito lo sbarco in Italia; di contro però, non solo la durata degli stand off non diminuisce, ma si osserva un aumento del numero di controlli e fermi amministrativi delle navi civili di soccorso. In 15 mesi, tra il gennaio 2020 e il maggio 2021, le autorità italiane emettono ben 11 disposizioni di fermo amministrativo a seguito di controlli dello Stato di approdo (PSC), causando la mancanza di assetti civili di soccorso in mare per un totale di 494 giorni. Anche la Ocean Viking in quel periodo è colpita da un provvedimento amministrativo che la tiene lontana dall’area delle operazioni da luglio a dicembre 2020: il fermo più lungo subìto da SOS MEDITERRANEE. Una politica persecutoria finalizzata ad ostacolare l’operatività delle ONG, con la sola conseguenza di diminuirne fortemente la presenza in zone di emergenza, mentre fatali naufragi continuano drammaticamente a succedersi.

Al contrario, le imbarcazioni della guardia costiera libica ostacolano attivamente le operazioni di soccorso e la mancanza di coordinamento ha causato prolungate attese in mare per i soccorsi, oltre a mettere in pericolo vite umane. Dall’autunno 2022, con l’ennesimo cambio di Governo, le autorità italiane assegnano immediatamente il porto di sbarco, in osservanza delle norme sul soccorso in mare.

Ma se fino a quel momento destinazione delle navi civili sono stati i porti siciliani o calabresi, le autorità iniziano ad assegnare porti lontani migliaia di chilometri: Livorno, Ravenna, Ancona, La Spezia, Civitavecchia, Ortona, Genova. Questa politica ha di nuovo l’effetto di tenere le navi civili di soccorso lontane dal Mediterraneo centrale, dove le persone in fuga sono dunque più esposte al rischio di morte o di essere intercettate e forzatamente riportate in Libia.

Raggiungere un porto lontano significa prolungare il viaggio dei naufraghi, ovvero aumentare le sofferenze di persone vulnerabili e bisognose di assistenza a terra; per le ONG significa anche un incremento spropositato dei costi per il carburante.

Inoltre, va ricordato che il diritto internazionale del mare impone l’assegnazione di un porto il più possibile vicino, proprio per evitare inutili sofferenze alle persone soccorse. Nell’autunno 2022, il neoeletto governo interviene per impedire lo sbarco dei naufraghi a bordo di tre navi umanitarie (Humanity 1, Geo Barents e Ocean Viking), servendosi di provvedimenti interministeriali ad hoc: la Ocean Viking è tenuta “sospesa” in acque internazionali con centinaia di naufraghi a bordo per ben 21 giorni: il più lungo stand off della storia di SOS MEDITERRANEE. La nostra nave può infine sbarcare i sopravvissuti solo il 25 novembre a Tolone, in Francia.

Il nuovo decreto, non necessario dato che il soccorso in mare è già dettagliatamente regolato da norme internazionali, pone nuove limitazioni alle imbarcazioni civili di soccorso e sanzioni pecuniarie: tra queste, il dovere di recarsi “senza ritardo” nel porto di sbarco assegnato, scoraggiando così i “soccorsi multipli” e mettendo i Capitani nelle condizioni di violare il decreto o le disposizioni del diritto marittimo internazionale che impongono il soccorso. Tale imposizione, combinata con la prassi dei “porti lontani”, rappresenta un grave e ingiustificabile ostacolo al lavoro umanitario in mare, un deterrente per lo svolgimento di operazioni di soccorso complete e necessarie.

A luglio, la Ocean Viking ancora una volta subisce le ripercussioni di una politica di ostacolamento e viene nuovamente posta sotto fermo amministrativo a seguito di un Port State Control (PSC) - Controllo dello Stato di Approdo. Durante quest’anno, due tragici naufragi nel Mediterraneo tornano a scuotere l’opinione pubblica europea: nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, più di 100 persone muoiono a pochissime miglia dalle coste calabresi di Cutro (KR); poi a metà giugno, al largo della località greca di Pylos, perdono la vita oltre 500 persone, in quello che è stato il più grande naufragio nel Mediterraneo dal 2015. Nonostante l’ondata di sdegno generata, nessuno di questi due drammatici eventi ha portato a cambiamenti effettivi nell’approccio e nelle politiche sul soccorso in mare.

Nel luglio del 2023, l’Unione europea, attraverso una delegazione guidata dalla Commissaria Ursula Von Der Leyen, dalla Presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni e dal Primo Ministro olandese Mark Rutte, firma un Memorandum d’Intesa con la Tunisia, rappresentata dal Presidente Saied. Tale accordo è finalizzato a limitare le partenze verso l'Italia ed è un ulteriore tassello della politica europea di esternalizzazione della gestione delle frontiere. Subito dopo la firma di questo accordo, paradossalmente, le partenze dalla Tunisia subiscono una impennata senza precedenti. Questo incremento delle partenze è in realtà dovuto, anche, ad un serio deterioramento della sicurezza per le persone in movimento presenti sul territorio tunisino.

Nel febbraio 2023, il Presidente tunisino, Kais Saied, rilascia una dichiarazione dai toni discriminatori che finisce per scatenare sentimenti razzisti esistenti in una certa parte della popolazione tunisina ed innescare così una spirale di attacchi violenti ed espulsioni collettive, spesso in pieno deserto.

Il 27 luglio, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) dichiarano di essere "profondamente preoccupati per la sicurezza e il benessere di centinaia di migranti, rifugiati e richiedenti asilo in Tunisia, che rimangono bloccati in condizioni disastrose dopo essere stati portati in aree remote e desolate vicino ai confini del Paese con la Libia e l'Algeria. Altri sono stati spinti oltre i confini verso la Libia o l'Algeria. [...] Tragicamente, ci sono già notizie di perdite di vite umane tra il gruppo".

In un recente rapporto del luglio 2023, Human Rights Watch afferma che la Tunisia non è un luogo sicuro per la popolazione nera africana, che negli ultimi mesi è stata vittima di "pestaggi", "detenzioni arbitrarie" e "furti di denaro ed effetti personali" da parte delle autorità tunisine. Nelle stazioni di polizia, alcune vittime sono sottoposte a "scosse elettriche" e ad "arresti arbitrari basati sul colore della pelle". A questo riguardo, nell’agosto 2023 la Ocean Viking porta a termine diversi salvataggi di imbarcazioni partite dalla Tunisia: le testimonianze che abbiamo raccolto confermano le violazioni che lo stato tunisino perpetra nei confronti dei migranti, specialmente subsahariani.

Nel novembre 2023 la Ocean Viking è stata fermata per presunta violazione del "decreto Piantedosi". Dopo lo sbarco ad Ortona, avvenuto nella notte tra il 15 ed il 16 Novembre, le autorità italiane hanno ordinato 20 giorni di detenzione della Ocean Viking e inflitto a SOS MEDITERRANEE una multa di 3.300 euro per aver soccorso persone in pericolo nella zona SAR libica senza aspettare indicazioni dalle autorità locali. Il Capitano e la Coordinatrice delle Operazioni di Ricerca e Soccorso a bordo sono stati interrogati a lungo dalle autorità italiane in merito al secondo dei 3 salvataggi, che avrebbe comportato il ritardo all’arrivo al porto di Ortona. Il diritto internazionale non lascia spazio a dubbi: lasciare quei 34 naufraghi al loro destino in mezzo al mare sarebbe stato illegale, oltre che moralmente sbagliato.

Nel dicembre, la notte di capodanno, la storia si ripete: la Ocean Viking è nuovamente bloccata per presunta violazione del decreto. L'infrazione? Una minima deviazione della sua rotta, avvenuta al solo scopo di rendersi disponibile a prestare assistenza ad altre 70 persone in pericolo. Una variazione che comunque di fatto non ha causato alcun ritardo su un viaggio di quasi 3 giorni verso il porto disegnato per lo sbarco.