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La seguente pubblicazione di SOS MEDITERRANEE vuole far luce sugli eventi che si sono verificati nel Mediterraneo centrale nelle ultime due settimane. «Sguardo sul Mediterraneo» non è inteso come un aggiornamento esaustivo, ma si propone di trattare le questioni relative alla ricerca e soccorso che si verificano nell’area in cui operiamo dal 2016, sulla base di rapporti di diverse ONG, organizzazioni internazionali e articoli dalla stampa internazionale.

[27.04 – 17.05.23]

Per la prima volta da anni le autorità marittime hanno coordinato le operazioni.  

Il 27 aprile, la Ocean Viking della ONG SOS MEDITERRANEE ha salvato 15 persone da una barca in vetroresina nella zona di Ricerca e Soccorso maltese (SRR). Il giorno successivo, la Ocean Viking ha effettuato altri tre salvataggi nella zona SAR maltese in 7 ore, tutti direttamente coordinati dal Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC). Il porto di Civitavecchia, distante quattro giorni di navigazione, è stato poi designato come porto di sbarco. I 168 sopravvissuti a bordo sono sbarcati il 2 maggio.

Erano anni che l’MRCC italiano non coordinava un caso in cui noi siamo intervenuti. Tuttavia, il 29 aprile, secondo l’equipaggio del mercantile Grimstad, la stessa autorità avrebbe ordinato al mercantile di riportare in Libia i 30 naufraghi che aveva soccorso. Respingere i sopravvissuti e rimandarli in Libia è un atto illegale e in contrasto con il diritto marittimo internazionale.

Il 29 aprile, la Life Support della ONG Emergency ha soccorso 35 persone che hanno trascorso quattro giorni in mare prima del loro intervento. Tutti i sopravvissuti sono sbarcati nel lontano porto di Livorno il 3 maggio, distante quattro giorni di navigazione.

Il 28 aprile, il veliero Nadir della ONG ResQship ha soccorso un’imbarcazione con 54 persone a bordo, i quali testimoniano di aver trascorso tre giorni in mare senza ricevere alcun aiuto. Il soccorso è stato portato a termine dalla Guardia Costiera italiana. Il 1° maggio, l’equipaggio del veliero Nadir ha assistito un’altra imbarcazione con 35 persone a bordo, precedentemente avvistata dall’aereo Seabird della ONG Sea-Watch. Le operazioni di soccorso sono state completate dalla Guardia Costiera italiana che ha portato i sopravvissuti a Lampedusa. Il 5 maggio, Nadir ha salvato un totale di 234 persone da sei imbarcazioni in pericolo, nell’arco di 5 ore. Purtroppo, hanno riferito di un tentativo di soccorso in cui l’imbarcazione si era già ribaltata e mentre 38 persone sono state tirate fuori dall’acqua da tre pescherecci, 3 corpi sono stati trovati senza vita.

Il 1° maggio, la Geo Barents della ONG Medici Senza Frontiere (MSF) ha soccorso 300 persone a bordo di una grande barca di legno stracarica. L’operazione si è svolta nella zona SAR maltese e si è protratta per quattro ore. Il 2 maggio, l’equipaggio ha salvato 36 persone in pericolo da una barca in vetroresina con il supporto delle autorità italiane MRCC. Secondo Sea-Watch, il giorno prima l’autorità di coordinamento maltese avrebbe ordinato a una nave mercantile di non soccorrere 36 naufraghi, i quali hanno dovuto passare un’altra notte in mare aperto. Ai 336 sopravvissuti è stato assegnato il lontanissimo porto di La Spezia, dove sono finalmente sbarcati il 6 maggio, cinque giorni dopo il primo salvataggio.

Il 7 maggio, Nadir ha prestato assistenza a 130 persone trasportate su un’imbarcazione di legno alla deriva da tre giorni. Alcune persone si sono buttate in mare per cercare di raggiungere Nadir e la Guardia Costiera italiana quando sono arrivate sul posto. Sono stati recuperati e salvati tutti dalla Guardia Costiera italiana.

Il 16 maggio, la Louise Michel è finalmente tornata operativa, dopo aver dovuto presentare una certificazione aggiuntiva per l’equipaggio richiesta dallo Stato di bandiera tedesco, sotto il quale la Louise Michel è registrata.

Lo stesso giorno, la Geo Barents ha salvato 26 persone da un piccolo gommone in difficoltà nella regione SAR libica e ha ricevuto Brindisi come porto sicuro. Tutti i sopravvissuti sono sbarcati tre giorni dopo, il 19 maggio.

Quasi 1.000 morti registrati nel Mediterraneo centrale in meno di 6 mesi quest’anno, un numero senza precedenti.

Il 28 aprile, la Guardia costiera tunisina ha riferito che almeno 210 corpi sono stati recuperati sulle spiagge in sole due settimane. Il 5 maggio, Flavio Di Giacomo, portavoce dell’OIM, ha riferito che sono stati recuperati altri due corpi: “Un’altra barca, un altro corpo. Il secondo questa mattina. Oggi è una giornata terribile a Lampedusa”.

L’8 maggio, le autorità tunisine hanno riferito di aver recuperato i corpi di 14 persone in 24 ore.

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha registrato più di 30.000 morti sulle rotte marittime verso l’Europa dal 2014, tra questi 956 sono stati registrati solo quest’anno nel Mediterraneo centrale. Queste cifre sono quasi certamente una sottostima del reale numero di morti.

Flavio Di Giacomo ha spiegato che una delle ragioni che giustificano un numero così elevato di morti è la comparsa di nuove imbarcazioni metalliche utilizzate per la traversata, prodotte e vendute a basso costo e mal saldate tra loro. Queste imbarcazioni si rovesciano facilmente in caso di mareggiate e affondano immediatamente senza offrire appigli ai naufraghi. Secondo il direttore di Frontex Hans Leijtens, per le organizzazioni di trafficanti il nuovo metodo è molto redditizio: “Poiché le barche sono così economiche, possono offrire prezzi più bassi. Invece di 1500-2000 euro per il passaggio su una nave più grande, le persone pagano 500 euro per una traversata più rischiosa su una barca di latta”.

Continuano le intercettazioni forzate di imbarcazioni in pericolo, mentre gli arrivi dal Mediterraneo centrale hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi anni.

Tra il 23 aprile e il 13 maggio, secondo l’OIM, almeno 723 persone sono state respinte forzatamente in Libia, portando a 5.058 il numero di persone intercettate quest’anno dalla Guardia Costiera libica.

Secondo il Forum tunisino per i diritti economici e sociali, la Guardia Costiera tunisina ha riportato a riva un totale di 19.719 persone solo nel 2023.

Frontex ha riferito che gli arrivi in Europa attraverso la rotta del Mediterraneo centrale sono aumentati fino a quasi 42.200 tra gennaio e aprile del 2023, una cifra quadruplicata rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo il livello più alto di arrivi da quando Frontex ha iniziato a raccogliere dati nel 2009. L’impennata delle partenze si spiega in parte con la situazione caotica della Tunisia, che quest’anno è diventata il primo Paese di partenza dopo la Libia.

Le autorità adottano misure restrittive per reprimere gli arrivi sulle coste europee.

In seguito ai recenti sbarchi in Italia, il 3 maggio le autorità italiane hanno approvato il decreto Cutro, che secondo il Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esiliati (ECRE) è “l’ultimo tentativo dei partiti di estrema destra di eliminare gli status di protezione dalla legislazione nazionale”. Tra le altre misure, la legge “stabilisce che i permessi di soggiorno per alcune categorie di persone saranno più difficili da ottenere […] inoltre amplia la possibilità di trattenere alla frontiera i richiedenti soggetti alla procedura accelerata di asilo, limita la possibilità di presentare domande successive, introduce decisioni di rimpatrio dopo la scadenza del termine per il ricorso”.

Lo stesso giorno, il 3 maggio, il vice primo Ministro italiano e Ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani, ha incontrato a Roma il capo dell’autoproclamato Esercito Nazionale Libico (LNA), il generale Khalifa Haftar. Secondo Agenzia Nova, uno dei temi trattati è stato quello di bloccare la partenza delle persone che lasciano le coste della Cirenaica.

Il 26 aprile, secondo quanto riportato da InfoMigrants, il Consiglio di Stato, la più alta corte amministrativa dei Paesi Bassi, ha stabilito che il rimpatrio di persone in Italia ai sensi del Regolamento di Dublino le metterebbe a rischio di maltrattamenti e violazioni dei diritti umani. Facendo riferimento a una lettera di funzionari italiani del dicembre 2022, il tribunale olandese ha osservato che: “Le stesse autorità italiane hanno indicato […] che i trasferimenti in Italia non sono possibili a causa della mancanza di strutture di accoglienza”.

Foto: Camille Martin Juan/SOS MEDITERRANEE

Il nostro “Sguardo” resta sul Mediterraneo. Per garantire testimonianza di quel che avviene nel Mediterraneo Centrale e per onorare i morti e i dispersi. Continuiamo a osservare e a raccontare.

Nel febbraio 2017, il governo italiano, col supporto di diversi leader europei (vertice di Malta) sigla con le autorità libiche il Memorandum d’intenti, cornice giuridica per azioni successive come la creazione di una “guardia costiera” libica, il suo addestramento e la fornitura di mezzi (es. motovedette). Fin da subito l’accordo è criticato da organizzazioni internazionali che denunciano i legami fra guardia costiera e milizie, e le condizioni di vita di migranti e profughi bloccati in Libia.

A seguito di questo accordo, il Centro di coordinamento per i soccorsi libico (JRCC) diventa formalmente responsabile del coordinamento dei servizi di ricerca e soccorso nella propria regione SAR: da quel momento, le autorità europee fanno affidamento sui libici per bloccare le partenze. Solo tra il 2019 e il 2023, quasi 90.000 persone3 sono intercettate e riportate in quello che viene definito dai sopravvissuti “l’inferno in terra”.

Il risultato è una drastica diminuzione degli arrivi in Italia tra il 2017 e il 2018 (da circa 120.000 a 23.000 persone), curva che però poi tornerà nuovamente a crescere. I rimpatri forzati sottopongono di nuovo queste persone a trattamenti inumani e degradanti, nonostante la situazione nei campi in cui sono detenute in Libia è stata valutata da una Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite come probabili “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”. Queste intercettazioni contravvengono anche ai principi del diritto marittimo. che impongono di sbarcare i sopravvissuti di un salvataggio in un luogo sicuro, in cui tutti i bisogni fondamentali vengono soddisfatti e i diritti umani rispettati. La Libia non può essere considerata un “luogo sicuro”.

Inoltre, le autorità libiche si rivelano disfunzionali e non in grado di effettuare salvataggi efficaci e sicuri. Come risultato, ancora una volta, sempre più persone annegano.

Nello stesso 2017, alle ONG viene richiesto di sottoscrivere il cosiddetto “Codice di condotta Minniti” – dal nome dell’allora ministro dell’Interno italiano – che però non tiene in considerazione che le operazioni SAR si svolgono già secondo chiare normative internazionali: una mossa politica che avalla la narrazione criminalizzante sul soccorso in mare. Dal 2017 vengono avviate diverse indagini contro le navi ONG, per lo più conclusesi con assoluzioni o archiviazioni. Bloccare le ONG di ricerca e soccorso significa svuotare il Mediterraneo di soccorsi ed esporre così sempre più persone al rischio di annegare, e anche togliere alla società civile la possibilità di testimoniare e denunciare questa tragedia umanitaria.

Nel 2013, due tragici naufragi avvenuti a poche miglia dalle coste europee scuotono l’opinione pubblica: il primo, il 3 ottobre – data proclamata in seguito Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione – con 368 vittime accertate, 20 dispersi e 155 superstiti; e il secondo, pochi giorni dopo, l’11 ottobre, che causa 268 vittime, in prevalenza famiglie con bambini.

Questa missione fa sperare in un cambiamento nell’approccio vieni all’immigrazione e al soccorso in mare, ma così non succede perché Mare Nostrum viene chiusa nel novembre 2014 per la mancanza di supporto da parte di altri Stati europei e per le critiche, da diverse parti politiche, che la additano come pull factor. La missione italiana è sostituita da operazioni europee (Triton, EUNAVFORMED, Sophia e Irini) non sufficienti però a coprire le necessità di soccorso nel Mediterraneo e con obiettivi più securitari (controllo dei confini) che umanitari.

È in questo momento storico che numerosi comitati, associazioni e gruppi di cittadini in tutta Europa, mossi dallo sdegno e dall’incapacità di accettare così tante morti in mare, decidono di attivarsi con navi private, sia nel mar Egeo (sulla cosiddetta rotta orientale tra Turchia e Grecia) sia, soprattutto, nel Mediterraneo centrale. SOS MEDITERRANEE nasce proprio con questo spirito: dapprima vengono fondate le associazioni francese e tedesca (2015), poi quella italiana (2016) e infine quella svizzera (2017), le quattro “sorelle” che costituiscono il network SOS MEDITERRANEE.

Inizialmente, le ONG vengono accolte positivamente dall’opinione pubblica e dalle autorità marittime europee, italiane in particolare, e coordinamento e collaborazione sono all’ordine del giorno.

Nel giugno 2018, a seguito della chiusura dei porti italiani alle navi di soccorso, l'odissea della Aquarius, costretta a sbarcare a Valencia (Spagna) i 630 sopravvissuti a bordo, inaugura una lunga serie di blocchi in mare. Le navi, di qualsiasi tipo, rimangono bloccate per giorni, se non settimane, prima che alcuni Stati europei propongano una soluzione di sbarco ad hoc, con una distribuzione dei sopravvissuti in base a quote. Il diritto marittimo prevede invece che le navi debbano essere sollevate dalla responsabilità del soccorso il più rapidamente possibile e che i sopravvissuti siano trattati umanamente. In mare, le navi immobilizzate non possono soccorrere altre persone in pericolo. La capacità di soccorso si riduce ulteriormente e la mortalità aumenta, raggiungendo il tasso record del 5,6% (contro il 2,4% nel 2017) lungo l'asse Libia - Italia, nonostante il numero di attraversamenti fosse stato ridotto del 50%.

Le motivazioni fornite dall’allora governo sono essenzialmente due: diminuire le morti in mare e ricercare maggiore “solidarietà” da parte degli altri Paesi UE.

Entrambi gli scopi falliscono e soprattutto la mortalità sulla rotta aumenta, invece che diminuire4. Inoltre, tale pratica presenta non poche criticità, in primis perché ritarda inutilmente lo sbarco e dunque l’assistenza a terra ai sopravvissuti, andando in contrasto con quanto previsto dalle convenzioni marittime internazionali, che affermano che una nave deve essere sollevata quanto prima dalla sua responsabilità di salvataggio e che i sopravvissuti debbono essere trattati “con umanità”. Invece, il tempo medio di attesa di un porto per lo sbarco, in questo periodo, è di nove giorni.

SOS MEDITERRANEE è la prima organizzazione a vedere le conseguenze di questa linea politica: nel giugno 2018, alla Aquarius è impedito lo sbarco in un porto italiano e naviga per più di una settimana fino a Valencia, in Spagna, con 629 persone a bordo. Pochi mesi dopo, la Aquarius è privata della bandiera a causa di pressioni politiche, e di conseguenza impossibilitata a navigare. Dal 2019, SOS MEDITERRANEE opera nel Mediterraneo con la Ocean Viking.

Questa iniziativa franco-tedesca è oggetto di una promettente dichiarazione d'intenti firmata a settembre tra Italia, Malta, Francia e Germania. Tuttavia, il progetto pilota, che prevede un meccanismo sostenibile coinvolgendo altri Stati membri, non vede mai realmente la luce.

A settembre 2019, per la prima volta dal rifiuto di far sbarcare i 630 sopravvissuti della Aquarius nel giugno 2018, i porti italiani permettono a una nave di un'organizzazione non governativa di attraccare: si tratta proprio della nostra nuova nave, la Ocean Viking. Nasce dunque la speranza di un miglioramento della situazione di blocco delle navi umanitarie ma ciononostante, i casi di attesa e blocco in mare si moltiplicano con la negoziazione caso per caso della distribuzione dei sopravvissuti prima ancora dello sbarco.

Nel 2019, il numero di arrivi in Europa tramite le tre rotte migratorie mediterranee è il più basso dal 2015: 123.700 arrivi, rispetto a 141.500 nel 2018, secondo i dati dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), di cui circa 11.500 in Italia.

Nonostante questa significativa diminuzione degli arrivi negli ultimi tre anni, l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) registra un pesante bilancio umano nel 2019. La maggior parte delle morti in mare nel Mediterraneo si verifica nella regione centrale, con 1.262 delle 1.885 morti registrate lungo le tre rotte migratorie mediterranee, senza contare le imbarcazioni scomparse senza lasciare traccia. La mortalità nel Mediterraneo centrale raddoppia rispetto al 2018, raggiungendo un tasso record del 4,78%, secondo l'OIM.

Nel 2020, i segni promettenti di un miglioramento della situazione di blocco delle navi umanitarie alla fine del 2019 e all'inizio del 2020 sono bruscamente cancellati quando la pandemia di Covid-19 raggiunge il continente europeo nel marzo 2020.

Non solo causa gravi interruzioni nell'accesso ai servizi medici e logistici nella maggior parte degli Stati europei, ma sconvolge completamente il mondo marittimo: chiusura delle frontiere europee, impossibilità di cambiare gli equipaggi, porti chiusi - in particolare alle navi da crociera - navi messe in quarantena. Molto rapidamente, diversi Stati membri dell'Unione europea come Malta e l'Italia annunciano ufficialmente che non sono più in grado di fornire un luogo sicuro o assistere nello sbarco delle persone soccorse in mare. Il governo di Tripoli dichiara ad aprile che i suoi porti non sono sicuri per lo sbarco a causa dei bombardamenti in corso. Per diverse settimane, le ONG di ricerca e soccorso operanti nel Mediterraneo centrale sono costrette a sospendere le loro attività.
Con la ripresa delle partenze e delle operazioni civili di soccorso, si osserva un cambio di passo - seppur solo apparente - nei confronti delle organizzazioni umanitarie.

Cambiato il Governo e dunque il ministro dell’Interno, a livello mediatico si “abbassano i toni” rispetto alla criminalizzazione pubblica delle organizzazioni umanitarie, a cui non viene più impedito lo sbarco in Italia; di contro però, non solo la durata degli stand off non diminuisce, ma si osserva un aumento del numero di controlli e fermi amministrativi delle navi civili di soccorso. In 15 mesi, tra il gennaio 2020 e il maggio 2021, le autorità italiane emettono ben 11 disposizioni di fermo amministrativo a seguito di controlli dello Stato di approdo (PSC), causando la mancanza di assetti civili di soccorso in mare per un totale di 494 giorni. Anche la Ocean Viking in quel periodo è colpita da un provvedimento amministrativo che la tiene lontana dall’area delle operazioni da luglio a dicembre 2020: il fermo più lungo subìto da SOS MEDITERRANEE. Una politica persecutoria finalizzata ad ostacolare l’operatività delle ONG, con la sola conseguenza di diminuirne fortemente la presenza in zone di emergenza, mentre fatali naufragi continuano drammaticamente a succedersi.

Al contrario, le imbarcazioni della guardia costiera libica ostacolano attivamente le operazioni di soccorso e la mancanza di coordinamento ha causato prolungate attese in mare per i soccorsi, oltre a mettere in pericolo vite umane. Dall’autunno 2022, con l’ennesimo cambio di Governo, le autorità italiane assegnano immediatamente il porto di sbarco, in osservanza delle norme sul soccorso in mare.

Ma se fino a quel momento destinazione delle navi civili sono stati i porti siciliani o calabresi, le autorità iniziano ad assegnare porti lontani migliaia di chilometri: Livorno, Ravenna, Ancona, La Spezia, Civitavecchia, Ortona, Genova. Questa politica ha di nuovo l’effetto di tenere le navi civili di soccorso lontane dal Mediterraneo centrale, dove le persone in fuga sono dunque più esposte al rischio di morte o di essere intercettate e forzatamente riportate in Libia.

Raggiungere un porto lontano significa prolungare il viaggio dei naufraghi, ovvero aumentare le sofferenze di persone vulnerabili e bisognose di assistenza a terra; per le ONG significa anche un incremento spropositato dei costi per il carburante.

Inoltre, va ricordato che il diritto internazionale del mare impone l’assegnazione di un porto il più possibile vicino, proprio per evitare inutili sofferenze alle persone soccorse. Nell’autunno 2022, il neoeletto governo interviene per impedire lo sbarco dei naufraghi a bordo di tre navi umanitarie (Humanity 1, Geo Barents e Ocean Viking), servendosi di provvedimenti interministeriali ad hoc: la Ocean Viking è tenuta “sospesa” in acque internazionali con centinaia di naufraghi a bordo per ben 21 giorni: il più lungo stand off della storia di SOS MEDITERRANEE. La nostra nave può infine sbarcare i sopravvissuti solo il 25 novembre a Tolone, in Francia.

Il nuovo decreto, non necessario dato che il soccorso in mare è già dettagliatamente regolato da norme internazionali, pone nuove limitazioni alle imbarcazioni civili di soccorso e sanzioni pecuniarie: tra queste, il dovere di recarsi “senza ritardo” nel porto di sbarco assegnato, scoraggiando così i “soccorsi multipli” e mettendo i Capitani nelle condizioni di violare il decreto o le disposizioni del diritto marittimo internazionale che impongono il soccorso. Tale imposizione, combinata con la prassi dei “porti lontani”, rappresenta un grave e ingiustificabile ostacolo al lavoro umanitario in mare, un deterrente per lo svolgimento di operazioni di soccorso complete e necessarie.

A luglio, la Ocean Viking ancora una volta subisce le ripercussioni di una politica di ostacolamento e viene nuovamente posta sotto fermo amministrativo a seguito di un Port State Control (PSC) - Controllo dello Stato di Approdo. Durante quest’anno, due tragici naufragi nel Mediterraneo tornano a scuotere l’opinione pubblica europea: nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, più di 100 persone muoiono a pochissime miglia dalle coste calabresi di Cutro (KR); poi a metà giugno, al largo della località greca di Pylos, perdono la vita oltre 500 persone, in quello che è stato il più grande naufragio nel Mediterraneo dal 2015. Nonostante l’ondata di sdegno generata, nessuno di questi due drammatici eventi ha portato a cambiamenti effettivi nell’approccio e nelle politiche sul soccorso in mare.

Nel luglio del 2023, l’Unione europea, attraverso una delegazione guidata dalla Commissaria Ursula Von Der Leyen, dalla Presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni e dal Primo Ministro olandese Mark Rutte, firma un Memorandum d’Intesa con la Tunisia, rappresentata dal Presidente Saied. Tale accordo è finalizzato a limitare le partenze verso l'Italia ed è un ulteriore tassello della politica europea di esternalizzazione della gestione delle frontiere. Subito dopo la firma di questo accordo, paradossalmente, le partenze dalla Tunisia subiscono una impennata senza precedenti. Questo incremento delle partenze è in realtà dovuto, anche, ad un serio deterioramento della sicurezza per le persone in movimento presenti sul territorio tunisino.

Nel febbraio 2023, il Presidente tunisino, Kais Saied, rilascia una dichiarazione dai toni discriminatori che finisce per scatenare sentimenti razzisti esistenti in una certa parte della popolazione tunisina ed innescare così una spirale di attacchi violenti ed espulsioni collettive, spesso in pieno deserto.

Il 27 luglio, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) dichiarano di essere "profondamente preoccupati per la sicurezza e il benessere di centinaia di migranti, rifugiati e richiedenti asilo in Tunisia, che rimangono bloccati in condizioni disastrose dopo essere stati portati in aree remote e desolate vicino ai confini del Paese con la Libia e l'Algeria. Altri sono stati spinti oltre i confini verso la Libia o l'Algeria. [...] Tragicamente, ci sono già notizie di perdite di vite umane tra il gruppo".

In un recente rapporto del luglio 2023, Human Rights Watch afferma che la Tunisia non è un luogo sicuro per la popolazione nera africana, che negli ultimi mesi è stata vittima di "pestaggi", "detenzioni arbitrarie" e "furti di denaro ed effetti personali" da parte delle autorità tunisine. Nelle stazioni di polizia, alcune vittime sono sottoposte a "scosse elettriche" e ad "arresti arbitrari basati sul colore della pelle". A questo riguardo, nell’agosto 2023 la Ocean Viking porta a termine diversi salvataggi di imbarcazioni partite dalla Tunisia: le testimonianze che abbiamo raccolto confermano le violazioni che lo stato tunisino perpetra nei confronti dei migranti, specialmente subsahariani.

Nel novembre 2023 la Ocean Viking è stata fermata per presunta violazione del "decreto Piantedosi". Dopo lo sbarco ad Ortona, avvenuto nella notte tra il 15 ed il 16 Novembre, le autorità italiane hanno ordinato 20 giorni di detenzione della Ocean Viking e inflitto a SOS MEDITERRANEE una multa di 3.300 euro per aver soccorso persone in pericolo nella zona SAR libica senza aspettare indicazioni dalle autorità locali. Il Capitano e la Coordinatrice delle Operazioni di Ricerca e Soccorso a bordo sono stati interrogati a lungo dalle autorità italiane in merito al secondo dei 3 salvataggi, che avrebbe comportato il ritardo all’arrivo al porto di Ortona. Il diritto internazionale non lascia spazio a dubbi: lasciare quei 34 naufraghi al loro destino in mezzo al mare sarebbe stato illegale, oltre che moralmente sbagliato.

Nel dicembre, la notte di capodanno, la storia si ripete: la Ocean Viking è nuovamente bloccata per presunta violazione del decreto. L'infrazione? Una minima deviazione della sua rotta, avvenuta al solo scopo di rendersi disponibile a prestare assistenza ad altre 70 persone in pericolo. Una variazione che comunque di fatto non ha causato alcun ritardo su un viaggio di quasi 3 giorni verso il porto disegnato per lo sbarco.