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A gennaio 2021, Julia, l’ufficiale di comunicazione a bordo di Ocean Viking, ha raccolto la testimonianza di una donna che è andata incontro a violenze indicibili in Libia. Qui il resoconto di quel colloquio terribile eppure così reale.
—ATTENZIONE: contenuto sensibile, contiene un resoconto di violenza sessuale—-

Dietro ad ogni domanda, un abisso 

Lavorare su una nave di soccorso nel Mediterraneo centrale significa rispondere alle emergenzeQuesto dovrebbe essere ovvio, ma la crisi nel Mediterraneo è stata discussa in politica e nei media per così tanto tempo che a volte mi sembra che la gente dimentichi. Quello che facciamo sulla Ocean Viking quando passiamo dall’avere una nave vuota all’occuparci di quasi 400 persone con un equipaggio di 31 persone – e in meno di 48 ore – è la quintessenza della risposta alle emergenze. 

In qualità di responsabile della comunicazionevoglio condividere storie positive, evidenziare quanto siano coraggiose e complesse le persone che salviamoSoprattutto le donne 

Quindiriguarddelle donne che abbiamo avuto a bordo in questo gennaiovoglio parlare di “Bijou”, che vuole mettere tutto il suo viaggio in una canzone e fare un video su ogni sua parte 

O di “Ange”, la sarta camerunese che disegna abiti da festa per matrimoni e celebrazioniVoglio parlare della forza della “maga”, che ha portato in salvo la sua bambina di un mese.  

Ma questa è solo una parte della storia. La verità è dolorosa. Non è romantica, non è giusta. È esasperante e nauseante 

Lavorare in un contesto di risposta alle emergenze significa che la maggior parte delle volte la verità viene fuori nel mezzo del caosdurante le operazioni di soccorsomentre stiamo cercando di garantire la sicurezza e il benessere di centinaia di sopravvissuti allo stesso tempo. 

Per i membri della squadra femminile sull’Ocean Viking durante la missione di gennaio, la sensazione fortissima era che, dietro ad ogni domanda posta ad una donna sopravvissuta, ci fosse un abisso 

Hannah, l’ostetrica a bordo, è specializzata da quattro anni nel lavoro con le vittime di violenza sessuale. Ha lavorato in contesti di crisi e conflitti in diverse parti del mondo. “In Sud Sudan, lo stupro è usato come arma di guerra“, spiega. “Ma non ho mai lavorato in un contesto in cui la violenza sessuale è così diffusasistematica e brutale come ciò che accade a queste donne in Libia”. Quello che è successo in Libia alle donne che salviamo, è l’abissoPossono essere le domande più semplici che aprono l’abisso, e poi eccoci , in piedi sul bordoinsieme alle sopravvissute, a guardare verso il basso.  

La prima volta che l’abisso si apre davanti a me sulla Ocean Viking a gennaio è di nottenel bel mezzo di un’impegnativa operazione di salvataggio. Tutte le donne sono già al sicuro a bordo ma gli uomini sono ancora in fase di evacuazione dal gommone in difficoltà 

Traduco per Hannah, l’ostetrica, una domanda che sembrerebbe semplice alla maggior parte delle persone: “Sai se sei incinta?” La storia sgorga dalla giovane donna come acqua attraverso una fessura in una diga. “Sono stata violentataC’erano due di loroErano armati. ” L’abissoAbbiamo a malapena un momento per parlarei sopravvissuti continuano ad arrivare sulla Ocean Viking. Dobbiamo prenderci cura di lei più tardi 

Quella stessa notteall’ingresso della clinica di bordo, le donne aspettano in fila. Una di loro si lamenta del dolore all’addome. Dice che ha bisogno di medicine, sto traducendo per Caterina, il dottore, ma non capisco di quale pillola ha bisognoquindi devo chiederle a cosa le serve.  

Due o tre giorni prima, è stata picchiata così duramente dopo essere stata intercettata e riportata in Libia che ha subito un aborto spontaneo, mi racconta. Ha aspettato un’intera giornata all’ospedale di Tripoli prima di essere curata. Ha bisogno di un antibiotico a causa del rischio di infezione 

L’abisso si apre di nuovo. Dolore addominalepercosseaborto spontaneo. Come avrei scoperto in seguito, la gravidanza è stata il risultato di uno stupro. La donna e il suo fidanzato avevano deciso di tenere il bambino, ma ora non c’è più 

La prossima donna in clinica lamenta dolore generalevertigini e stanchezzaFinisce per rivelare a me e a Caterina un episodio di cui non aveva mai parlato a nessunoNemmeno a sua sorella. Si vergogna troppoPiange e piange per la vergogna. Dice di essersi isolata da quando è successo 

Per la vergogna. Caterina ed io la stringiamo. Le diciamo che non è colpa sua. Che non è lei quella che dovrebbe vergognarsi, ma gli uomini che le hanno fatto questo. 

Io e Caterina ci incontriamo all’ingresso della clinica tra un consulto e l’altro. Un breve momento di silenzio, una pausa di forse 30 secondi. “Il peggio è quando dicono grazie“, dice infine Caterina. “Facciamo il minimo indispensabile per loro e ci ringrazianoQuesto non dovrebbe nemmeno essere necessario. Quello che è stato fatto loro è disumano. Ma io non posso essere disumana. Loro non dovrebbero ringraziarci per averle trattate come esseri umani. Sono così forti. Non so se io sarei sopravvissuta. Mdobbiamo continuarequesta è ancora un’emergenza 

Un’altra sopravvissutaUn’altra visita. “Qualche intervento chirurgico importante in passato?”, chiediamo. “Un Cesareo, alcuni anni fa“. Ci fermiamo. Lei è a bordo da sola.  

Dov’è il bambino?”, chiediamoSeparato dalla madre quando stavano salendo sulla barca per fuggire dalla Libia. Il piccolo ha avuto paura degli uomini armati, “è scappato via dalle mie gambe“, dice. Quando ha voluto corrergli dietro, è stata costretta a salire a bordo della barca sotto la minaccia delle armi. Spera che si unisca ad una delle sue sorelle che è ancora in Libia. L’abisso. Dolore su dolore. 

Il giorno dopo, ho ascoltato la storia di una donna che è stata stuprata nel desertoattraversando il confine con la Libia, durante la notte. Era a piedi, con un gruppo di persone e una guidaL’esercito, la polizia di frontiera, o una milizia li aveva visti, ma li ha lasciati passare. Tutti tranne lei. Le è stata ordinato di restare indietroGli uomini, le armi, la vergogna. Quando l’hanno lasciata andare, era così debole che riusciva a malapena a camminare. Il suo straccio di vestito, a pezzi. La parrucca che indossavasparita. Ha perso il bambino di cui era incinta quando ha lasciato il suo paese 

La notte prima dello sbarcodonne e bambini a bordo sono gli ultimi ancora svegli. Nello spazio dedicato alle donne e ai bambini piccoli, lo “shelter” della Ocean Viking, sono tutti seduti in un grande cerchio, cantando canzoni di lode, una sorta di gospel. Una donna tamburella un ritmo. Molte delle canzoni sono a “chiamata e risposta: le donne si alternano cantando una linea individualementre il gruppo risponde in coro. Nella prima canzone, la risposta è “c’est cadeau” (è un dono). È gioioso, un canto di gratitudine e umiltà. Nella prossima canzone, le donne cantano di “-bas” (laggiù). Una canzone di speranzasu un futuro miglioresull’abbondanza che attende le donne nelle loro destinazioni, o nell’aldilà. 

Inizia una nuova canzone, questa volta la risposta è “c’est fini-oh” (è finita, oh). Di nuovo, le donne si alternano elencando tutto ciò che è finalmente finito. Ma l’umore cambia. Ora stanno cantando sulla Libia. “L’Esclavage” (schiavitù), una donna canta, “c’est fini-oh”, gli altri rispondono. “La prigionec’est fini-oh” (la prigione è finita). “Le viol, c’est fini-oh” (lo stupro è finito). La donna che prima stava tamburellando ora è in piedi in mezzo alla stanza, passa dal cantare al parlare. Sta parlando direttamente con me, seduta sulla porta con due bambine in grembo, e con Hippolyte, l’illustratore a bordo con noiche è in piedi dietro di me. “In Libia ci stuprano mentalmenteviolentano i nostri corpistuprano i nostri figli, lo stupro è ovunque“. Eccolo di nuovo: L’abisso. Mi guardo intorno. Tutte queste donne, tutti questi bimbi. 

Mentre sto per chiudere la porta del rifugio per la notte, una donna esce con me per riempire la sua bottiglia d’acqua. Si lamenta di un mal di testa, le dico che posso procurarle del paracetamolo“Non sono sicura che aiuti“, dice. “Ho questo mal di testa dalla prigione.” E poi l’abisso si apre di nuovo davanti a me, più profondo di prima. 

Non riesco a scrivere esattamente quello che mi ha detto questa donna. Ho paura che la gente non ci creda. Non basterano gli avvisi di storie tremendi innominabili. Quello che ha vissuto in prigione è indescrivibile. Dico solo questo: è scappata solo quando le guardie hanno pensato che fosse morta e hanno gettato il suo corpo nudo in un container per strada. Conclude la sua storia dicendo“Mi sono detto, se arriva la guardia costiera libica, mi butto in acqua. Ho vissuto attraverso l’inferno sulla terra in prigione. Ho vissuto peggio dell’inferno. Ho bruciature di sigaretta ovunque. Porto le prove su tutto il corpo.” 

Porterò la sua storia in me per sempre, ma non la sua memoria. Non so lei come faccia. Posso solo sperare che riceva le cure che si merita. Quella notte, in piedi accanto al distributore d’acqua con lei, cerco di ricordare quello che ho imparato sul primo soccorso psicologico (Psychological First Aid). Le dico quanto è forte, che non è colpa suache la Libia è finitaSembra tutto inutile. Ma nessuno di noi due sta piangendo. Per lei, è ora di dormire. Per me, è tempo per il mio orologio sul pontedobbiamo assicurarci che tutti siano al sicuro durante la notte. Questa è ancora un’emergenza. 

Per molte di queste donne, non ci sarà un lieto fine. L’Europa non sarà il “là-bas” della loro canzone, la terra dell’abbondanza. Mentre li guardo sbarcare, sento soprattutto rabbia. Sono arrabbiata che questo possa accader loro oggi, nel 21 º secolo. Arrabbiata perché nonostante tutto ciò sia assolutamente risaputo, l’Europa finanzia ancora la guardia costiera libica, che calpesta quotidianamente il diritto internazionale riportando coattamente le persone in Libia verso una prigionia disumana. Specialmente per queste donne. Arrabbiata perché tutto quello che posso fare è scrivere, anche se è già stato detto prima, nella speranza che qualcuno mi segua fino all’orlo dell’abisso e guardi giù con me. Guardate, lì in basso: la realtà, l’orrore, l’ingiustizia, in modo da iniziare a fare di più, collettivamente, per proteggere i nostri fratelli esseri umani.  

Nel febbraio 2017, il governo italiano, col supporto di diversi leader europei (vertice di Malta) sigla con le autorità libiche il Memorandum d’intenti, cornice giuridica per azioni successive come la creazione di una “guardia costiera” libica, il suo addestramento e la fornitura di mezzi (es. motovedette). Fin da subito l’accordo è criticato da organizzazioni internazionali che denunciano i legami fra guardia costiera e milizie, e le condizioni di vita di migranti e profughi bloccati in Libia.

A seguito di questo accordo, il Centro di coordinamento per i soccorsi libico (JRCC) diventa formalmente responsabile del coordinamento dei servizi di ricerca e soccorso nella propria regione SAR: da quel momento, le autorità europee fanno affidamento sui libici per bloccare le partenze. Solo tra il 2019 e il 2023, quasi 90.000 persone3 sono intercettate e riportate in quello che viene definito dai sopravvissuti “l’inferno in terra”.

Il risultato è una drastica diminuzione degli arrivi in Italia tra il 2017 e il 2018 (da circa 120.000 a 23.000 persone), curva che però poi tornerà nuovamente a crescere. I rimpatri forzati sottopongono di nuovo queste persone a trattamenti inumani e degradanti, nonostante la situazione nei campi in cui sono detenute in Libia è stata valutata da una Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite come probabili “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”. Queste intercettazioni contravvengono anche ai principi del diritto marittimo. che impongono di sbarcare i sopravvissuti di un salvataggio in un luogo sicuro, in cui tutti i bisogni fondamentali vengono soddisfatti e i diritti umani rispettati. La Libia non può essere considerata un “luogo sicuro”.

Inoltre, le autorità libiche si rivelano disfunzionali e non in grado di effettuare salvataggi efficaci e sicuri. Come risultato, ancora una volta, sempre più persone annegano.

Nello stesso 2017, alle ONG viene richiesto di sottoscrivere il cosiddetto “Codice di condotta Minniti” – dal nome dell’allora ministro dell’Interno italiano – che però non tiene in considerazione che le operazioni SAR si svolgono già secondo chiare normative internazionali: una mossa politica che avalla la narrazione criminalizzante sul soccorso in mare. Dal 2017 vengono avviate diverse indagini contro le navi ONG, per lo più conclusesi con assoluzioni o archiviazioni. Bloccare le ONG di ricerca e soccorso significa svuotare il Mediterraneo di soccorsi ed esporre così sempre più persone al rischio di annegare, e anche togliere alla società civile la possibilità di testimoniare e denunciare questa tragedia umanitaria.

Nel 2013, due tragici naufragi avvenuti a poche miglia dalle coste europee scuotono l’opinione pubblica: il primo, il 3 ottobre – data proclamata in seguito Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione – con 368 vittime accertate, 20 dispersi e 155 superstiti; e il secondo, pochi giorni dopo, l’11 ottobre, che causa 268 vittime, in prevalenza famiglie con bambini.

Questa missione fa sperare in un cambiamento nell’approccio vieni all’immigrazione e al soccorso in mare, ma così non succede perché Mare Nostrum viene chiusa nel novembre 2014 per la mancanza di supporto da parte di altri Stati europei e per le critiche, da diverse parti politiche, che la additano come pull factor. La missione italiana è sostituita da operazioni europee (Triton, EUNAVFORMED, Sophia e Irini) non sufficienti però a coprire le necessità di soccorso nel Mediterraneo e con obiettivi più securitari (controllo dei confini) che umanitari.

È in questo momento storico che numerosi comitati, associazioni e gruppi di cittadini in tutta Europa, mossi dallo sdegno e dall’incapacità di accettare così tante morti in mare, decidono di attivarsi con navi private, sia nel mar Egeo (sulla cosiddetta rotta orientale tra Turchia e Grecia) sia, soprattutto, nel Mediterraneo centrale. SOS MEDITERRANEE nasce proprio con questo spirito: dapprima vengono fondate le associazioni francese e tedesca (2015), poi quella italiana (2016) e infine quella svizzera (2017), le quattro “sorelle” che costituiscono il network SOS MEDITERRANEE.

Inizialmente, le ONG vengono accolte positivamente dall’opinione pubblica e dalle autorità marittime europee, italiane in particolare, e coordinamento e collaborazione sono all’ordine del giorno.

Nel giugno 2018, a seguito della chiusura dei porti italiani alle navi di soccorso, l'odissea della Aquarius, costretta a sbarcare a Valencia (Spagna) i 630 sopravvissuti a bordo, inaugura una lunga serie di blocchi in mare. Le navi, di qualsiasi tipo, rimangono bloccate per giorni, se non settimane, prima che alcuni Stati europei propongano una soluzione di sbarco ad hoc, con una distribuzione dei sopravvissuti in base a quote. Il diritto marittimo prevede invece che le navi debbano essere sollevate dalla responsabilità del soccorso il più rapidamente possibile e che i sopravvissuti siano trattati umanamente. In mare, le navi immobilizzate non possono soccorrere altre persone in pericolo. La capacità di soccorso si riduce ulteriormente e la mortalità aumenta, raggiungendo il tasso record del 5,6% (contro il 2,4% nel 2017) lungo l'asse Libia - Italia, nonostante il numero di attraversamenti fosse stato ridotto del 50%.

Le motivazioni fornite dall’allora governo sono essenzialmente due: diminuire le morti in mare e ricercare maggiore “solidarietà” da parte degli altri Paesi UE.

Entrambi gli scopi falliscono e soprattutto la mortalità sulla rotta aumenta, invece che diminuire4. Inoltre, tale pratica presenta non poche criticità, in primis perché ritarda inutilmente lo sbarco e dunque l’assistenza a terra ai sopravvissuti, andando in contrasto con quanto previsto dalle convenzioni marittime internazionali, che affermano che una nave deve essere sollevata quanto prima dalla sua responsabilità di salvataggio e che i sopravvissuti debbono essere trattati “con umanità”. Invece, il tempo medio di attesa di un porto per lo sbarco, in questo periodo, è di nove giorni.

SOS MEDITERRANEE è la prima organizzazione a vedere le conseguenze di questa linea politica: nel giugno 2018, alla Aquarius è impedito lo sbarco in un porto italiano e naviga per più di una settimana fino a Valencia, in Spagna, con 629 persone a bordo. Pochi mesi dopo, la Aquarius è privata della bandiera a causa di pressioni politiche, e di conseguenza impossibilitata a navigare. Dal 2019, SOS MEDITERRANEE opera nel Mediterraneo con la Ocean Viking.

Questa iniziativa franco-tedesca è oggetto di una promettente dichiarazione d'intenti firmata a settembre tra Italia, Malta, Francia e Germania. Tuttavia, il progetto pilota, che prevede un meccanismo sostenibile coinvolgendo altri Stati membri, non vede mai realmente la luce.

A settembre 2019, per la prima volta dal rifiuto di far sbarcare i 630 sopravvissuti della Aquarius nel giugno 2018, i porti italiani permettono a una nave di un'organizzazione non governativa di attraccare: si tratta proprio della nostra nuova nave, la Ocean Viking. Nasce dunque la speranza di un miglioramento della situazione di blocco delle navi umanitarie ma ciononostante, i casi di attesa e blocco in mare si moltiplicano con la negoziazione caso per caso della distribuzione dei sopravvissuti prima ancora dello sbarco.

Nel 2019, il numero di arrivi in Europa tramite le tre rotte migratorie mediterranee è il più basso dal 2015: 123.700 arrivi, rispetto a 141.500 nel 2018, secondo i dati dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), di cui circa 11.500 in Italia.

Nonostante questa significativa diminuzione degli arrivi negli ultimi tre anni, l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) registra un pesante bilancio umano nel 2019. La maggior parte delle morti in mare nel Mediterraneo si verifica nella regione centrale, con 1.262 delle 1.885 morti registrate lungo le tre rotte migratorie mediterranee, senza contare le imbarcazioni scomparse senza lasciare traccia. La mortalità nel Mediterraneo centrale raddoppia rispetto al 2018, raggiungendo un tasso record del 4,78%, secondo l'OIM.

Nel 2020, i segni promettenti di un miglioramento della situazione di blocco delle navi umanitarie alla fine del 2019 e all'inizio del 2020 sono bruscamente cancellati quando la pandemia di Covid-19 raggiunge il continente europeo nel marzo 2020.

Non solo causa gravi interruzioni nell'accesso ai servizi medici e logistici nella maggior parte degli Stati europei, ma sconvolge completamente il mondo marittimo: chiusura delle frontiere europee, impossibilità di cambiare gli equipaggi, porti chiusi - in particolare alle navi da crociera - navi messe in quarantena. Molto rapidamente, diversi Stati membri dell'Unione europea come Malta e l'Italia annunciano ufficialmente che non sono più in grado di fornire un luogo sicuro o assistere nello sbarco delle persone soccorse in mare. Il governo di Tripoli dichiara ad aprile che i suoi porti non sono sicuri per lo sbarco a causa dei bombardamenti in corso. Per diverse settimane, le ONG di ricerca e soccorso operanti nel Mediterraneo centrale sono costrette a sospendere le loro attività.
Con la ripresa delle partenze e delle operazioni civili di soccorso, si osserva un cambio di passo - seppur solo apparente - nei confronti delle organizzazioni umanitarie.

Cambiato il Governo e dunque il ministro dell’Interno, a livello mediatico si “abbassano i toni” rispetto alla criminalizzazione pubblica delle organizzazioni umanitarie, a cui non viene più impedito lo sbarco in Italia; di contro però, non solo la durata degli stand off non diminuisce, ma si osserva un aumento del numero di controlli e fermi amministrativi delle navi civili di soccorso. In 15 mesi, tra il gennaio 2020 e il maggio 2021, le autorità italiane emettono ben 11 disposizioni di fermo amministrativo a seguito di controlli dello Stato di approdo (PSC), causando la mancanza di assetti civili di soccorso in mare per un totale di 494 giorni. Anche la Ocean Viking in quel periodo è colpita da un provvedimento amministrativo che la tiene lontana dall’area delle operazioni da luglio a dicembre 2020: il fermo più lungo subìto da SOS MEDITERRANEE. Una politica persecutoria finalizzata ad ostacolare l’operatività delle ONG, con la sola conseguenza di diminuirne fortemente la presenza in zone di emergenza, mentre fatali naufragi continuano drammaticamente a succedersi.

Al contrario, le imbarcazioni della guardia costiera libica ostacolano attivamente le operazioni di soccorso e la mancanza di coordinamento ha causato prolungate attese in mare per i soccorsi, oltre a mettere in pericolo vite umane. Dall’autunno 2022, con l’ennesimo cambio di Governo, le autorità italiane assegnano immediatamente il porto di sbarco, in osservanza delle norme sul soccorso in mare.

Ma se fino a quel momento destinazione delle navi civili sono stati i porti siciliani o calabresi, le autorità iniziano ad assegnare porti lontani migliaia di chilometri: Livorno, Ravenna, Ancona, La Spezia, Civitavecchia, Ortona, Genova. Questa politica ha di nuovo l’effetto di tenere le navi civili di soccorso lontane dal Mediterraneo centrale, dove le persone in fuga sono dunque più esposte al rischio di morte o di essere intercettate e forzatamente riportate in Libia.

Raggiungere un porto lontano significa prolungare il viaggio dei naufraghi, ovvero aumentare le sofferenze di persone vulnerabili e bisognose di assistenza a terra; per le ONG significa anche un incremento spropositato dei costi per il carburante.

Inoltre, va ricordato che il diritto internazionale del mare impone l’assegnazione di un porto il più possibile vicino, proprio per evitare inutili sofferenze alle persone soccorse. Nell’autunno 2022, il neoeletto governo interviene per impedire lo sbarco dei naufraghi a bordo di tre navi umanitarie (Humanity 1, Geo Barents e Ocean Viking), servendosi di provvedimenti interministeriali ad hoc: la Ocean Viking è tenuta “sospesa” in acque internazionali con centinaia di naufraghi a bordo per ben 21 giorni: il più lungo stand off della storia di SOS MEDITERRANEE. La nostra nave può infine sbarcare i sopravvissuti solo il 25 novembre a Tolone, in Francia.

Il nuovo decreto, non necessario dato che il soccorso in mare è già dettagliatamente regolato da norme internazionali, pone nuove limitazioni alle imbarcazioni civili di soccorso e sanzioni pecuniarie: tra queste, il dovere di recarsi “senza ritardo” nel porto di sbarco assegnato, scoraggiando così i “soccorsi multipli” e mettendo i Capitani nelle condizioni di violare il decreto o le disposizioni del diritto marittimo internazionale che impongono il soccorso. Tale imposizione, combinata con la prassi dei “porti lontani”, rappresenta un grave e ingiustificabile ostacolo al lavoro umanitario in mare, un deterrente per lo svolgimento di operazioni di soccorso complete e necessarie.

A luglio, la Ocean Viking ancora una volta subisce le ripercussioni di una politica di ostacolamento e viene nuovamente posta sotto fermo amministrativo a seguito di un Port State Control (PSC) - Controllo dello Stato di Approdo. Durante quest’anno, due tragici naufragi nel Mediterraneo tornano a scuotere l’opinione pubblica europea: nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, più di 100 persone muoiono a pochissime miglia dalle coste calabresi di Cutro (KR); poi a metà giugno, al largo della località greca di Pylos, perdono la vita oltre 500 persone, in quello che è stato il più grande naufragio nel Mediterraneo dal 2015. Nonostante l’ondata di sdegno generata, nessuno di questi due drammatici eventi ha portato a cambiamenti effettivi nell’approccio e nelle politiche sul soccorso in mare.

Nel luglio del 2023, l’Unione europea, attraverso una delegazione guidata dalla Commissaria Ursula Von Der Leyen, dalla Presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni e dal Primo Ministro olandese Mark Rutte, firma un Memorandum d’Intesa con la Tunisia, rappresentata dal Presidente Saied. Tale accordo è finalizzato a limitare le partenze verso l'Italia ed è un ulteriore tassello della politica europea di esternalizzazione della gestione delle frontiere. Subito dopo la firma di questo accordo, paradossalmente, le partenze dalla Tunisia subiscono una impennata senza precedenti. Questo incremento delle partenze è in realtà dovuto, anche, ad un serio deterioramento della sicurezza per le persone in movimento presenti sul territorio tunisino.

Nel febbraio 2023, il Presidente tunisino, Kais Saied, rilascia una dichiarazione dai toni discriminatori che finisce per scatenare sentimenti razzisti esistenti in una certa parte della popolazione tunisina ed innescare così una spirale di attacchi violenti ed espulsioni collettive, spesso in pieno deserto.

Il 27 luglio, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) dichiarano di essere "profondamente preoccupati per la sicurezza e il benessere di centinaia di migranti, rifugiati e richiedenti asilo in Tunisia, che rimangono bloccati in condizioni disastrose dopo essere stati portati in aree remote e desolate vicino ai confini del Paese con la Libia e l'Algeria. Altri sono stati spinti oltre i confini verso la Libia o l'Algeria. [...] Tragicamente, ci sono già notizie di perdite di vite umane tra il gruppo".

In un recente rapporto del luglio 2023, Human Rights Watch afferma che la Tunisia non è un luogo sicuro per la popolazione nera africana, che negli ultimi mesi è stata vittima di "pestaggi", "detenzioni arbitrarie" e "furti di denaro ed effetti personali" da parte delle autorità tunisine. Nelle stazioni di polizia, alcune vittime sono sottoposte a "scosse elettriche" e ad "arresti arbitrari basati sul colore della pelle". A questo riguardo, nell’agosto 2023 la Ocean Viking porta a termine diversi salvataggi di imbarcazioni partite dalla Tunisia: le testimonianze che abbiamo raccolto confermano le violazioni che lo stato tunisino perpetra nei confronti dei migranti, specialmente subsahariani.

Nel novembre 2023 la Ocean Viking è stata fermata per presunta violazione del "decreto Piantedosi". Dopo lo sbarco ad Ortona, avvenuto nella notte tra il 15 ed il 16 Novembre, le autorità italiane hanno ordinato 20 giorni di detenzione della Ocean Viking e inflitto a SOS MEDITERRANEE una multa di 3.300 euro per aver soccorso persone in pericolo nella zona SAR libica senza aspettare indicazioni dalle autorità locali. Il Capitano e la Coordinatrice delle Operazioni di Ricerca e Soccorso a bordo sono stati interrogati a lungo dalle autorità italiane in merito al secondo dei 3 salvataggi, che avrebbe comportato il ritardo all’arrivo al porto di Ortona. Il diritto internazionale non lascia spazio a dubbi: lasciare quei 34 naufraghi al loro destino in mezzo al mare sarebbe stato illegale, oltre che moralmente sbagliato.

Nel dicembre, la notte di capodanno, la storia si ripete: la Ocean Viking è nuovamente bloccata per presunta violazione del decreto. L'infrazione? Una minima deviazione della sua rotta, avvenuta al solo scopo di rendersi disponibile a prestare assistenza ad altre 70 persone in pericolo. Una variazione che comunque di fatto non ha causato alcun ritardo su un viaggio di quasi 3 giorni verso il porto disegnato per lo sbarco.